Il quarzo sul cuore


La mia passione non me l’hai tolta, brutta bestia che hai scelto di abitare il mio corpo per queste ultime settimane, e ancora per un po’ dice la medicina. Le mie mani vivono una sensibilità alterata e “fantasiosa”, ma al computer riesco a scrivere e scriverò di te, e a te. A noi, visto che sei dentro di me e, sono sicura, sei venuta a dirmi qualcosa. Mi hai steso, letteralmente.

Piano piano mi hai tolto la possibilità di camminare, mi hai reso una bambina che ha bisogno di tutto, che non è più indipendente nemmeno per fare pipì. Io che odio dover chiedere, io che amo fuggire. Mi hai reso debole, mi hai fatto svanire la sensibilità e mi hai fatto barcollare, non volevo credere a tanto e pensavo te ne andassi presto, pensavo bastasse rilassarmi (ma come? e, soprattutto… dove?) e trovare la quiete dentro di me, per lasciarti tornare da dove eri venuta. Invece sei rimasta. Mi sono accorta di te durante le mie brevi vacanze a Ischia, a metà settembre.

Ero sola laggiù, avevo scelto due ingredienti perfetti per una pausa solitaria: un’isola e la scrittura. Un’isola forte, che tutto accelera, che è nata da un terremoto e racchiude ancora in sé quell’energia che scuote, che fa tremare la terra sotto i piedi… proprio come te. A Ischia non si fanno solo le terme, ma anche i corsi di scrittura… cosiddetta creativa. Che mi ha insegnato che io, pur non essendo nessuno e non avendo studiato nulla di artistico, la creatività ce l’ho dentro. La creatività, per me, viene innanzitutto dalla libertà e non trovo nulla di libero in un seminario in cui ti viene detto di dimenticare ogni regola e costrizione, di non badare alla punteggiatura e non staccare la penna dal foglio, ma di produrre subito e in un tempo determinato uno scritto a tema fisso.

La solita incongruenza, i soliti soldi buttati. Ma, pensavo, finito questo calvario mi concederò il lusso di qualche giorno di relax in piena solitudine. Invece sei arrivata tu a rimescolare le mie carte e farmi decidere di rientrare prima e lasciare l’isola, rifiutando gli inviti di alcuni carissimi compagni di “sventura” che volevano ospitarmi qualche giorno da loro, vicino Napoli, finché mi fossi ripresa.

Invece ho volato fino a Genova, la “mia” città, dove mi hanno ricoverato e ti hanno scoperto in tempo. Da qualche giorno, a Ischia, sentivo le mani strane. Non un vero e proprio formicolio, ma un contatto anestetizzato, lontano, fasullo. Il freddo e il caldo diventavano ipotesi più che certezze, fare la doccia era un fastidio pungente ed ero sempre più stanca e debole. Certo, ero in vacanza e anziché rilassarmi mi stressavo, mi obbligavano a scrivere dove e come e cosa volevano loro (ecco perché le mie mani si ribellavano! Ma mi sarebbe bastato tornare a Genova alla “mia” scrittura creativa e libera, pensavo…).

Anzi, i medici mi hanno fatto ricordare che i tuoi campanelli d’allarme erano già dentro di me da qualche settimana: da diverso tempo non mi sentivo mai energica, certi giorni non riuscivo nemmeno ad arrivare alla madonnina nel bosco, spesso mi sembrava di avere la febbre (invece avevo sì e no 36°) ed ero strana nel corpo e nella mente, più insofferente de solito. Ma chi avrebbe mai pensato che la causa fossi tu? E meno male che mi hai preso così lentamente, ora che ti conosco so che puoi sconvolgere la vita di una persona in pochi giorni, puoi toglierle le gambe e il respiro in un tempo piccolissimo ed è per questo che mi ritengo fortunata. Con me sei stata soft. Ho fatto in tempo a prendere un aereo, pur faticando a camminare e… respirare.

Questa cosa non l’ho mai detta a nessuno perché è successa solo una volta e non volevo creare falsi allarmismi. Ma in aereo mi sentivo soffocare, ho cercato di tenere il controllo dei nervi e centellinare ogni goccia d’aria, ricordandomi alcune piccole tecniche di yoga come battere le mani sul petto (non so se è yoga doc o una mia libera interpretazione) infischiandomene degli sguardi straniti dei passeggeri. Tenevo il mio quarzo sul cuore e gli chiedevo (al quarzo, lo so che non sono normale) di pulire il mio petto che si stava lentamente sporcando, o almeno questa era la mia sensazione, promettendogli in cambio che non avrei mai più toccato nessun tipo di fumo. Poi mi sono rannicchiata in fondo all’aereo e ho pianto a dirotto, mi sentivo sola e avevo paura, ma ho sempre cercato di non sprecare aria, anzi guardando le nuvole e il sole che calava mi sembrava che il petto si aprisse per ospitare quel cielo limpido dentro di me.

Sapevo che in due ore sarei stata a Genova, bene quell’ossigeno mi doveva bastare due ore e ogni respiro era dosato… e ce l’ho fatta. Ma quando sono arrivata non volevo ammettere di stare così male… (incosciente!) ed ero sicura che una bella serata rilassante avrebbe spazzato via ogni malessere. “Vedrai, appena sarai a Genova ti passerà tutto, è solo una cosa nervosa!” mi dicevano alcuni compagni di corso che avevano compreso il mio disagio nel sottostare a quelle attività che per me erano odiose. Ero convinta fossi un disturbo psicosomatico, non una bestia così potente.

Così, riabbracciato il mio amore non gli ho chiesto di portarmi al pronto soccorso ma… in pizzeria. Mi sono comportata come se tu non esistessi. Ho mangiato, pochissimo e senza quasi sentire i sapori, ho bevuto una birra incurante della testa che girava già da sola, e la sera a casa sua è trascorsa senza nessun accenno alla tua gravità… vizi, sollazzi e litigate compresi. Brucia ammettere quanto sono stata incosciente. Ma ciò che fa paura, tanta paura, a volte si nega e si rende invisibile. E tu mi facevi paura.

La notte ho dormito bene, stanca delle ultime notti ischitane in cui avevo a malapena chiuso un occhio. Ero convinta che al mattino non ti avrei ritrovato, quindi mi sono lasciata scivolare volentieri in un sonno che ritenevo medicamentoso. Incurante del fatto che chi mi dormiva accanto non sembrava affatto felice del mio rientro anticipato. Né tanto meno preoccupato. Sembrava che, mangiato il suo boccone (io), non gli importasse nulla se non di addormentarsi con tv e sigaretta.

Tra le mille altre cose per cui mi sei stata “utile”, anche questa va annoverata: mi hai fatto aprire gli occhi su molte cose, e persone. In primis chi avevo accanto. Che sicuramente aveva mille ragioni per covare della rabbia nei miei confronti (non sono né uno zuccherino né una santa, va detto per onestà), ma che non si è risparmiato nel buttarmela addosso nemmeno quando ero stesa in barella, quando tu cominciavi a farmi davvero male. Il giorno successivo non lo ricordo quasi, penso di aver passato  tutta la giornata a osservarti e a sperare in un tuo dietrofront.

Dovevi andartene, così avevo deciso. Ogni ora ascoltavo i fastidi alle mani, ai piedi e alla bocca, e cercavo una conferma che se ne stessero andando. Invece no, stavi vincendo tu. Così, quando lui è tornato dal lavoro gli ho detto che avrei voluto essere visitata da un dottore. Magari senza muovermi da casa, visto che non stavo in piedi. Cioè, provavo a starci, ma… era come camminare sulle nuvole. Il pavimento mi rimbalzava via come se il mio corpo fosse stato una piuma. E la paura faceva il resto, proprio a me che ho sempre avuto un’andatura instabile anche da sobria, spesso perdo l’equilibrio da ferma e tremo a percorrere le passerelle delle barche. Avevo paura, ma facevo finta di niente, anzi trovavo anche la forza di litigare.

Non ho ancora capito se anche per queste sfuriate posso incolpare te, ma ero una corda di violino e chi mi stava accanto non mi conosceva abbastanza per capire il mio dolore. Così, anziché chiamare un medico, mi faceva arrabbiare mettendo in dubbio la gravità delle mie condizioni (perché “una che sta davvero male non può stare un’ora al telefono”). Invece quella telefonata con mio fratello è stata un toccasana per sfogare la mia rabbia; rabbia per la recente rottura con una rivista cui collaboravo, rabbia per i miei genitori che ancora mi offrivano pane, guerre e ipocrisie, rabbia per un uomo e per un mondo che fanno fatica a capirmi. Una rabbia che forse mi ha portato fino a te. Finita la mia ora di telefonata e la sua ora di batteria, finalmente decidiamo di chiamare un medico.

L’altro lato della medaglia del vivere nella quiete della campagna è che i medici non arrivano, anzi qualcuno si spinge fin lì (ma a ben pensarci è a mezz’ora da Genova, non nel deserto del Kalahari!), ma solo dopo le 20, invece erano le 18 e io cominciavo ad avere una certa paura: quindi ho fatto le scale col sedere, mi sono fatta reggere fino alla macchina e ho spinto il mio uomo, convinto che i miei fossero solo capricci, a portarmi in ospedale.

Vestita in fretta, senza nessun pigiama né cambio, tanto ero sicura che mi avrebbero dato due calmanti e “buonanotte signorina, stia tranquilla e magari cambi fidanzato”. Invece dopo un mese esatto sono ancora in ospedale. Non nello stesso, dato che, come dice una mia amica, ho il vizio del trasloco anche da ricoverata. Ma da quella sera non sono più tornata a casa (quale casa? Ma questo è un altro discorso).


Susanna

17 ottobre 2007

[continua]

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