Con gli occhi di una figlia



Sabato 6 febbraio 2007 sono a pranzo dai miei genitori, con marito e pargoletti. Mio padre non è in gran forma da qualche giorno, forse una qualche forma virale; niente di che, comunque, ci facciamo anche una partita a calcetto.

Nellla notte tra sabato e domenica avverte bruciore, dolore e formicolii alle mani e ai piedi, così la mattina, un po' preoccupato, dice a mia madre che l'indomani sarebbe andato dal medico per farsi visitare. In realtà la sgb corre più dei suoi pensieri, e a metà pomeriggio riesce ad alzarsi con difficoltà e cammina trascinando le gambe, tanto da chiedere di essere accompagnato al pronto soccorso.

Al momento i medici di guardia sembrano non capire, lo qualificano "codice verde" e lo lasciano un paio d'ore in attesa. Nel frattempo arrivano i risultati dei primi esami, una valida neurologa intuisce che qualcosa non va e ne dispone il ricovero. La mattina successiva mio padre, 64 anni appena compiuti, non riesce più a tenere in mano un bicchier d'acqua e nemmeno a reggersi sulle proprie gambe.

Nel frattempo, l'intuizione della neurologa trova conferma nei successivi esami: nel tardo pomeriggio di lunedì la diagnosi: poliradicolonevrite acuta, un nome che per ricordarlo abbiamo dovuto scrivercelo su un pezzo di carta. Parte anche la terapia: otto sacche di immunoglobuline per sette giorni. I medici, si limitano a dire che la patologia può essere anche gravemente invalidante ma che in una altissima percentuale di casi ha esito favorevole.

Sordo alla terapia, mio padre continua la sua caduta libera nel baratro dell'immobilità totale: martedì non riesce ad alzare la mano nemmeno di un centimetro, mercoledì non deglutisce più la propria saliva e comincia ad avvertire dififcoltà respiratoria. In realtà, quasi a volersi opporre a questo tradimento del corpo - ingiusto, inaspettato, incomprensibile - pare negare a se stesso l'evidenza. E così mi chiede di aiutarlo a metterlo seduto, di provare a muovergli la gamba; minimizza con i medici l'evidente imminenza della crisi respiratoria.

Il tardo pomeriggio di giovedì, mentre lo saluto nella staffetta con mia sorella, lo vedo così provato, così pallido... Parlo col primario che mi sottolinea come la terapia non abbia dato alcun frutto, come si paventi probabile la necessità della rianimazione per qualche giorno, come la situazione cardiocircolatoria si sia fatta precaria. Nella serata di giovedì mio padre viene ricoverato nel reparto di rianimazione di un altro ospedale ed intubato.

I giorni successivi viene sostanzialmente sedato e, ogni qual volta gli infermieri cercano di ruotarlo anche solo su un fianco, si collassa. Dopo cinque giorni, come da programma, stante la mancata ripresa della funzionalità repsiratoria, gli viene praticata la tracheostomia. E così, nel giro di una settimana, la sgb ha imprigionato mio padre nella sua flaccida, pesantissima morsa: privato del corpo e del verbo in una sola settimana, la malattia catapulta mio padre, e noi tutti di rimando, in una dimensione impensabile, dove il concetto di vivere si stempera in quello di sopravvivere.

Il giorno delle tacheo ci pare essere il più difficile: mio padre fa capire al primario della rianimazione che non vuole essere visto nè vedere nessuno e che vorrebbe strapparsi il tubo che lo tiene in vita. Ovviamente andiamo da lui, intubato e stanco, con gli occhi lucidi ed al contempo vuoti, quasi a dire: "non esisto più, fate come se io non esistessi più".

Il giorno successivo, il primario di rianimazione esorta mia madre a prepararsi ad una vita d'inferno, perchè mio padre avrebbe respirato con una macchina e si sarebbe alimentato con un sondino. Per sempre. Nonostante la raggelante prognosi, anche grazie alle testimonianze di ex pazienti, noi familiari ce la mettiamo tutta per non crederci. E così, quasi inaspettatamente, dopo circa dieci giorni dal suo manifestarsi, la sgb comincia ad allentare la morsa. Qualche timido segnale di recupero si registra: le dita si muovono un pochino, poi anche le braccia, poi anche il respiro si fa più autonomo e la pressione più regolare ...

Dopo due settimane di rianimazione, mio padre è fisicamente pronto per essere trasferito in un centro di riabilitazione neurologica, ma emotivamente vorrebbe rimanere lì, magari disturbato da quella luce sempre accesa, ma rassicurato dalle onnipresenti e amorevoli infermiere, che, in difetto di parola, chiama con un leggero schiocco della lingua, quasi fossero le sue gattine. Invece, suo malgrado, viene trasferito nel centro dopo una breve permanenza presso il reparto di medicina, dove cresce il suo senso di spaesamento ed il suo spasmodico - ed a volte a noi incomprensibile - bisogno che mia madre sia incessantemente al suo fianco.

Anche le prime settimane al centro di riabilitazione non sono facili: le allucinazioni che prendono forma sul far della sera turbano le notti di mio padre forse più della costante insonnia, i dolori non cessano di farsi sentire, le limitazioni fisiche non paiono allentarsi. Ed invece, un poco alla volta, le cose migliorano: gli incontri con il fisioterapista e la logopedista vengono vissuti  da mio padre che con impegno e dedizione, tanto da ripetere poi da solo gli esercizi ed invocarne maggiore frequenza.

Alla terza settimana di ricovero, i medici si esprimono fiduciosamente: la tracheo verrà presto richiusa e ci sono positivi segni di ripresa. Non così la quarta settimana, che si caratterizza per il riacuirsi dei dolori e per una crescente spossatezza, che getta mio padre, credo, più che nella sofferenza fisica nel raggelante timore (o terrore?) che la sgs voglia farsi un altro giro di giostra.

Anna

marzo 2007 ... (continua)

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