Il
diario di Marcello
Piccolo racconto di straordinaria
malattia
Sono un ex-atleta agonista, in quanto
ho giocato a calcio fino alla
soglia del semiprofessionismo, ma poi ho lasciato per dedicarmi agli
studi; fisico integro, mai avuto infortuni seri, mai assunto nessun
tipo di farmaco o "integratore". Le uniche malattie che ho contratto
sono il morbillo e la varicella in età infantile. Ho sempre
mantenuto una buona condizione fisica giocando a livello amatoriale e
praticando un po' di palestra; tutto questo fino ad una settimana
prima del Natale 2005.
Dal punto di vista caratteriale, chi mi conosce mi definisce un tipo
"tosto" (per me è un po' imbarazzante descrivermi,
però in questo caso è per delineare il profilo di
approccio alla malattia) che non molla mai (nella cartella
fisioterapica mi hanno definito un paziente "estremamente motivato
dalla volontà ferrea") e quindi credo di avere scarsa
predisposizione all'ansia-depressione.
Veniamo al "fattaccio". Il 24 dicembre 2005 avverto un torpore alla
mano destra, con delle fitte ai polpastrelli delle due mani ed alle
punte dei piedi; non vi dò molto peso, ma la sera vado a letto
presto, pensando ad uno strascico dell'influenza che avevo avuto sette giorni
prima con fenomeni di
diarrea; situazione
"risoltasi" in un paio di giorni.
A Natale resto in casa, al caldo, ma la mano destra non migliora e mi
sento le gambe "strane" anche se funzionano; vado al pronto soccorso e
chiedo di un neurologo. Nella visita di prassi con i vari test motori,
il medico si sente di escludere problemi del sistema nervoso centrale,
però mi consiglia il ricovero per ulteriori indagini; io,
"testadura", rifiuto il ricovero. Che mi avrebbero fatto il giorno di
Natale?
Per fortuna mio cognato conosce il primario di neurologia, lo chiama a
casa, e lui mi visita nel bel mezzo del pranzo di Natale; anche lui
ritiene che si tratti, con buona probabilità, di un problema
periferico e mi esorta al ricovero immediato (gli ho raccontato
dell'influenza della settimana prima), ma io, testardo, non voglio.
Arriviamo a fissare il ricovero per il giorno dopo, con l'impegno di
eseguire tutti gli esami necessari. Torno a casa, vado a letto e mi
sveglio la mattina di Santo Stefano che non muovo la mano destra e non
cammino; anche la mano sinistra è intorpidita. Mi ricovero e
oggi so che sono fortunato, perchè se durante la notte
fossero stati intaccati i muscoli involontari, sarei probabilmente
morto.
E' difficile
condensare in poche righe quello che ho trascorso durante
il mio quarantaduesimo anno di vita; sono nato nel dicembre 1964 ed
esattamente la vigilia di Natale 2005 il mondo mi è crollato
addosso. Il giorno di Santo Stefano sono stato ricoverato con un grave
deficit della deambulazione, una totale mancanza di movimento alla mano
destra e un principio di immobilitˆ della sinistra. Dopo i prelievi del
sangue per gli esami di routine sono stato immediatamente sottoposto a
TAC alla testa che ha dato un esito negativo escludendo, almeno per un
primo momento, problemi cerebrali.
Nel reparto di neurologia, nello stesso giorno del ricovero, mi hanno
prelevato del liquor dal midollo spinale per sottoporlo ad esame; devo
dire che a vista si presentava cristallino senza nessun intorbidamento.
Per la notte mi hanno somministrato una flebo di cortisone con la
raccomandazione di avvisare immediatamente se avessi avuto problemi di
respirazione; non ho dormito affatto sia per la preoccupazione, sia per
dolori alle gambe e alle braccia.
Il mattino seguente mi comunicano che tutti i miei esami sono nella
norma, anche quelli del liquor spinale, ma ugualmente ritengono che io
sia stato colpito da una poliradicoloneurite; mi spiegano che, seppure
il liquor spinale non presenti alterazione cito-proteica (tale
alterazione può rilevarsi anche due settimane dopo la
manifestazione della malattia), che darebbe la certezza della diagnosi,
sono convinti che io sia interessato da una GBS, una malattia
demielinizzante che danneggia il sistema nervoso periferico. Bisogna
intervenire tempestivamente con la somministrazione di immunoglobuline,
un derivato del plasma umano per bloccare, o comunque mitigare gli
effetti dannosi, e che per fare ciò occorre il mio consenso.
Sono bloccato su un letto d’ospedale non ho la forza di stare in piedi:
che fare? Acconsento al trattamento firmando, credo, con una linea
tracciata con la mano sinistra che è quella che ancora presenta
segni vitali.
Il 27 dicembre 2005 alle 14.15 inizio il ciclo di immunoglobulina:
otto flaconi da 600 ml al giorno per cinque giorni; peso 70 Kg per
un‘altezza di m 1,72, senza un filo di grasso e fisico
muscolarmente strutturato.
Durante i cinque giorni di trattamento vengo sottoposto ad ulteriori
esami: il 29 dicembre 2005 eseguo un esame elettromiografico dal quale
si rileva un forte rallentamento della conduzione elettrica delle
fibre nervose sia per le braccia che per le gambe con un evidente danno
assonale; il 31 dicembre 2005 eseguo risonanza magnetica a testa ed
intera colonna vertebrale con esito fortunatamente negativo. Negli
stessi giorni inizio anche una leggera fisioterapia in camera; presento
comunque una iperalgesìa a tutti gli arti e le mie condizioni
sono le seguenti: le gambe non riesco ad alzarle da supino, riesco a
fletterle ma non ritorno in posizione, posso eseguire una piccola
adduzione, ma manca l’abduzione; le braccia sono peggio delle gaambe:
qualla destra riesco a fletterla leggermente quando mi mettono seduto,
altrimenti non si muove affatto assieme alla spalla destra, quella
sinistra riesco ad addurla ed abdurla, ma per un angolo non superiore a
20°. La notte avverto dolori neurologici che non mi fanno dormire;
nei dieci giorni di ricovero nel reparto di neurologia credo di aver
dormito, complessivamente, dieci ore... un vero inferno.
Il 4 gennaio 2006 vengo trasferito nel reparto di riabilitazione e
lentamente inizia la rinascita. L‘essere umano quando viene colpito da
eventi devastanti assume in genere degli atteggiamenti riconducibili
essenzialmente a due possibilità: o dà il meglio di
sé e con cura, tenacia e molto impegno cerca di venirne fuori al
meglio, oppure si lascia travolgere dagli stessi, subendoli. Io credo
di appartenere a quella categoria di persone che, per dirla alla
Pierangelo Bertoli, affrontano la vita a muso duro. Probabilmente la
“formula” da me adottata nel descrivere i primi giorni di coesistenza
con la mia GBS (chissà poi perché il povero Andrè
Strohl è stato dimenticato) è stringata, ma va subito al
punto, proprio come la malattia.
Sei solo. O quasi: la mia famiglia è straordinaria, mi è
stata molto vicino, così come gli amici, ed io nei giorni
d’ospedale ho ricevuto tante visite e tutte mi hanno fatto piacere, ma
alla fine ero solo. Ed era esattamente quello che volevo. Mi ricordo
che mia sorella, quando mi ha visto sulla sedia a rotelle che io non
riuscivo neanche a spingere, è scoppiata in lacrime, ma io l’ho
pregata di non farlo perchè così mi rendeva debole, e lei
ha capito.
E’ stato il mio modo di affrontare la GBS, non permettendole di avere
il sopravvento neanche sull’affetto dei miei cari, chiedendo loro di
guardarmi con gli occhi di sempre, anche quando mi rotolavo sul
tappetino perchè dovevo imparare ... a camminare. Oggi è
molto meglio, anche se non sono del tutto soddisfatto, ma la lotta
è ancora lunga. Nelle prossime pagine racconterò il lento
cammino della riabilitazione.
Riabìlitati! Preso di primo impatto questo
imperativo induce a pensare allo sforzo che un individuo deve compiere
per cancellare la macchia di una colpa che ha commesso; tanto faticoso
sarà lo sforzo quanto più grande sarà stata la
colpa e di conseguenza più lungo il cammino che condurrà
alla riabilitazione. Però, se lo rapportiamo ad una malattia,
non viene facile trovare il nesso con una colpa, a meno che non si
voglia credere ad una punizione divina; ma per una mente razionale
ciò è da scartare. Rendi
te stesso nuovamente abile alla vita! Decisamente meglio.
Questo pensiero mi ha accompagnato lungo il tragitto nei freddi
sotterranei di un ospedale quando un operatore sanitario, spingendo la
mia sedia a rotelle, mi ha trasportato dal reparto di neurologia a
quello di riabilitazione intensiva. Sono entrato in un microcosmo di
sofferenza al quale non ero preparato. Solo dopo aver “soggiornato” per
qualche tempo ho capito che quello da me visto al mio arrivo era
dettato dai metodi di lavoro fisioterapico e non da una “diabolica
volontà” che per un macabro capriccio avesse deciso di dare
corpo alla famigerata frase dantesca “Perdete ogni speranza o voi che
entrate”.
Il pomeriggio del 4 gennaio 2006, varcata la fatidica soglia, mi si
è parata davanti agli occhi la più singolare fila di
individui che io abbia mai visto: uomini e donne sulle rispettive sedie
a rotelle con aste per flebo, cateteri, busti, sostegni vari, tutti
disposti lungo il corridoio della corsia come in attesa di qualcosa. In
seguito ho poi capito che aspettavano i fisioterapisti che li avrebbero
trasportati nella palestra per sottoporli al trattamento, una volta
preparati dal corpo infermieri.
Così sono diventato uno della fila. La prima terapia
“riabilitativa” è stata caratterizzata da una valutazione delle
mie condizioni generali con dei test per valutare la forza muscolare e
l‘escursione delle articolazioni e verificare se ero in grado di
controllare il tronco e la testa dato che tutti i miei arti erano
decisamente danneggiati. Appurato che avevo un buon controllo del
tronco e che portato in posizione “da seduto“ riuscivo a mantenerla, mi
hanno insegnato la tecnica per raggiungerla da solo in modo che fossi
agevolato nel trasferimento letto - carrozzina.
Alla domanda se la fisioterapia è faticosa rispondo che
può esserla, a secondo di quello che devi fare, ma di sicuro
è dolorosa. E il dolore mi ha accompagnato per molto tempo. Sono
stato assegnato a due fisioterapisti che si alternavano a turno
nell‘arco delle giornate, estremamente bravi e simpatici: lo Scozzese, da me chiamato
così perché propenso ad un metodo terapeutico del tipo
“rude”, da doccia scozzese appunto, e il
Professore, molto calmo e dal metodo più dolce,…
relativamente.
Ed ecco gli artefici, insieme al fisiatra, del mio progetto
riabilitativo che come primo passo prevedeva il mantenimento del
controllo del tronco ed il lavoro di rafforzamento muscolare mirante
alla possibilità di poter lavorare in ginocchio, se da supino
fossi riuscito a raggiungere tale posizione. Nel frattempo dai settanta
chili di peso che avevo prima di ammalarmi sono arrivato a pesarne
sessanta; una perdita di dieci chili di massa magra. Ho iniziato piano
piano a scoprire i nomi dei muscoli che andavamo a stimolare, il loro
funzionamento, e come uno scolaro avido di sapere mi facevo spiegare
tutto quello che facevamo, perché era un modo di rimanere lucido
e concentrato sul mio recupero. Vedendo compagni di sventura lasciarsi
andare e rifiutare la fisioterapia peggiorando così la loro
situazione; non volevo che accadesse anche a me.
Un giorno il mio compagno di stanza, emiplegico a causa di una
emorragia cerebrale ma sulla strada di un buon recupero, sul tappetino
della palestra eseguiva il seguente esercizio: inginocchiato sulla
gamba destra con il ginocchio ben puntellato e la gamba sinistra a
martello con la pianta del piede saldamente ancorata a terra, facendo
leva su quest‘ultima si sollevava in posizione eretta tendendo le mani
verso il suo fisioterapista. Ho chiesto a lo Scozzese che esercizio fosse, e
lui mi ha detto: “quello è il cavalier servente, ancora non sei
pronto”.
La sera in reparto, quando le visite ormai sono terminate, disteso sul
letto e con lo sguardo al soffitto hai ben poco da fare, specialmente
se con le mani non riesci ad usare il telecomando della televisione e
hai i tendini dei muscoli che ti fanno male, così pensi. Ed io
ho pensato all‘esercizio che faceva il mio compagno di stanza
paragonandolo ad un eroe epico, di quelli che avevo studiato alle
scuole medie: per la prima volta dopo tanto tempo, ed in età
adulta, mi sono addormentato desiderando di essere un cavaliere.
Il tempo, in una
corsia d‘ospedale, viene scandito dai ritmi dettati dalle fasi di
lavoro del personale coinvolto; il cambio di turno degli infermieri, la
consegna dei pasti da parte del servizio mensa, le operazioni di
pulizia del reparto, il giro-visita dei medici.
Tutto ha un rumore specifico, e dopo un po' impari a riconoscere quel
che accade semplicemente usando l‘udito. La mente va tenuta
costantemente impegnata, lo sconforto debitamente annullato. Il
cigolìo del carrello dell‘inserviente che si accingeva al
lavaggio dei pavimenti ha costituito per me il buongiorno per tutto il periodo di
ricovero; alle 5:45 di ogni mattino, appena udivo l‘inconfondibile
saluto, iniziavano le mie lente operazioni di preparazione alla
giornata.
Così alle 8 ero saldamente in fila, pronto alla riabilitazione.
Da un certo punto di vista la possibilità di lasciare il letto
di degenza è già di per sè una sorta di
“distrazione”, anche se il cambio con un lettino fisioterapico non
è il massimo, quindi ho iniziato a trascorrere sempre più
tempo in palestra ripetendo con ostinazione gli esercizi anche quando
ero stremato. Sono arrivato ad un carico di lavoro giornaliero che
andava dalle sei alle otto ore, a volte dimenticando l‘orario di visita
a discapito dei miei cari.
La GBS non ti dà alternative, si combatte con un lungo lavoro
fisico, con una costante stimolazione muscolare: anche quando sembra
non dare risultati, devi insistere. Se non riesci a nutrirti da solo e
per farlo devi essere imboccato, sinceramente è facile lasciarsi
prendere dallo scoramento ma, per quel che può valere il mio
consiglio, è meglio non cedere. In condizione di deficit fisico
il rischio che si corre è di lasciarsi prendere dall‘ansia del
recupero immediato, veloce, per buttarsi alle spalle “l'incubo” e non
pensarci più: non funziona così, ci vuole pazienza. Ed io
sono diventato tollerante facendo mia una frase di Daniel Pennac: La tolleranza è prudenza che si fa
metafisica.
Prudenza nel valutare tutte le sfaccettature con cui si presenta la
malattia. Nel lento trascorrere dei giorni in ospedale sono stato
sottoposto anche ad un esame urologico per verificare la buona
funzionalità della diuresi che fortunatamente ha dato un
responso favorevole tant‘è che la terapia farmacologia si
è limitata all‘assunzione di vitamina B12. Vitamina e
fisioterapia fino a quando ho ripetuto un ciclo di immunoglobulina;
dopo cinque settimane dalla prima assunzione mi hanno spiegato che
poteva essere utile ripeterlo ed io ho nuovamente acconsentito. Non
è piacevole sorbirsi per circa dieci ore al giorno sei flaconi
di liquido vischioso e denso tramite flebo, per cinque giorni
consecutivi, ma non si ha scelta. Dopo il trattamento, il giovamento
più immediato è stato il leggero movimento delle dita
della mano destra; ho pensato che fosse un buon segno.
Con tenacia ho proseguito nella fisioterapia e sono così
arrivato alla “verticalizzazione”: posizionato in stazione eretta
all‘interno di un “arnese” chiamato standing. In tal modo si inizia a
caricare gli arti inferiori cercando di rinforzare la muscolatura che
inevitabilmente è ipotonica, se non addirittura atrofica. La
ricostruzione pezzo per pezzo della funzionalità del proprio
corpo è operazione laboriosa quindi mi veniva un po' da
sorridere quando un solerte fisiatra mi chiedeva come mi sentissi, ed
io rispondevo che tutto sommato sarebbe andata bene se non fossi stato
leggermente “snervato”.
A volte alcuni dottori sono veramente assurdi. Comunque, per non
dilungarmi troppo, devo dire che il grande aiuto l'ho ricevuto da lo Scozzese ed il Professore che pazientemente mi
hanno seguito fino al giorno della mia “emancipazione” di ammalato: ero
in grado di eseguire da
solo e senza la loro
supervisione gran parte degli esercizi che mi
avevano insegnato. In particolare potevo mantenere la stazione eretta
riuscendomi a sollevare da terra pur non avendo l‘aiuto delle braccia.
Il febbraio 2006 è stato freddissimo ed il giorno ventotto il
primario di riabilitazione mi ha preso in disparte e mi ha chiesto se
per me era possibile organizzarmi in modo da poter essere ogni giorno
in day-hospital: tornavo a casa. Ho risposto di sì senza
pensarci due volte e lui mi ha detto di prepararmi, perché aveva
già predisposto l‘uscita. Guardando dalla finestra il prato del
parco era gelato; era martedì grasso ed io speravo che non si
trattasse di uno scherzo di Carnevale.
Il ritorno a casa,
anche dopo un breve viaggio, rappresenta quello che per una nave si
può definire un attracco sicuro, un porto amico, un luogo dove
ci si sente protetti ed in pace; con questa sensazione ho trascorso la
prima notte dell‘anno 2006 nel “mio letto”, consapevole che l‘odissea
non era affatto conclusa.
Le mie condizioni fisiche non erano certo ottimali, dovevo organizzarmi
per il day-hospital, ma potevo usufruire del mio “feudo” e questo certamente rappresentava un
forte sprone psicologico per continuare la lotta. Ero in grado di stare
in piedi, ma non potevo percorrere che pochi metri e con un‘andatura da
soldatino di legno mentre le braccia non riuscivo a sollevarle
più di 80 gradi dal tronco, le mani incapaci di sorreggere un
semplice foglio di carta.
Il 1° marzo 2006 ha avuto inizio il trattamento fisioterapico in
day-hospital e ho conosciuto il nuovo terapista che andava a sostituire
lo Scozzese ed il Professore; mi è stato
subito simpatico e l'ho ribattezzato Zen.
Di concerto abbiamo stabilito che in ospedale la fisioterapia si
sarebbe concentrata sugli arti superiori, mentre a casa, da solo, avrei
proceduto ad eseguire gli esercizi per gli arti inferiori, dandoci
delle scadenze per verificare i progressi e fare il punto della
situazione.
Ecco così i ritmi che hanno scandito la mia vita nei mesi
successivi: la mattina in ospedale per sei ore (non tutte di
fisioterapia); il pomeriggio a casa ad esercitarmi per almeno quattro
ore e la sera, stanchissimo, riposo assoluto. Mi sono imposto una
disciplina ferrea, volevo annullare tutto ciò che poteva
“disturbare” il mio recupero, perseguire
l'obiettivo prefisso. Messo su carta, può sembrare il piano di
un “invasato” ma è stato il mio modo per cercare di non essere
sopraffatto; l'equilibrio psichico è fondamentale
nell‘affrontare simili disagi e quindi ogni strategia è buona
per il suo raggiungimento. Così ho iniziato a reperire tutte le
notizie possibili sull‘“avversario”, per conoscerlo e contrastarlo nel
migliore dei modi e me lo sono prefigurato come una salsa (salsa
Guillain-Barrè) spalmata su di una fetta di pane che piano piano
dovevo divorare.
Ciò che mi ha colpito in questa vicenda personale sono le
reazioni che hanno avuto le persone che mi conoscono e il loro stupore;
infatti per quanto si voglia spiegare la malattia e per quanto loro
abbiano sotto gli occhi gli effetti devastanti che produce, il mio
essere soddisfatto di riuscire ad entrare nella vasca da bagno da solo
senza nessuna assistenza sembra aver dato loro la misura del mio
disagio nelle azioni quotidiane, per non parlare del fatto che dopo
cinque mesi sono riuscito ad imboccarmi da solo del cibo. Tutto merito
della fisioterapia e di Zen,
che mi ha sbloccato la spalla destra permettendomi di poter muovere in
modo più adeguato l‘intero braccio; per quanto concerne le
gambe, grazie ai continui esercizi, sono riuscito a percorrere distanze
un po' più grandi di pochi metri ma sempre con un‘andatura
“robotizzata”.
Si avvicinava l'estate 2006 ed impazzavano i mondiali di calcio e
mentre i nostri azzurri costruivano la loro vittoria io più
modestamente cercavo di fare goal nella partita più importante
della mia vita. Un ulteriore segno di miglioramento l'ho percepito
quando sono riuscito a prendere il posto di guida della mia macchina e
a percorrere pochi metri aiutandomi a due mani per cambiare le marce;
prudentemente ero all'interno del giardino di casa di mia sorella.
Preso dall'euforia delle quattro ruote, sono voluto passare a quella
delle due ruote inforcando la bici di mia nipote e con mia somma
soddisfazione sono riuscito a percorrere una cinquantina di metri;
l'unico problema era costituito dal fatto che non riuscivo a tirare i
freni, così ho pensato bene di fermarmi investendo mio cognato.
La possibilità di radermi da solo, anche se utilizzando entrambe
le mani, o di rassettarmi e vestirmi in maniera autonoma (anche se con
abbigliamento estivo poco impegnativo) ha costituito un'iniezione di
fiducia non da poco, e mi ha ben predisposto a perseverare
nell'attività fisioterapica. Nei mesi successivi ho avuto
ulteriori progressi alle gambe eliminando il passo da robot ed
acquistando un'andatura naturale con la possibilità di
percorrere anche delle distanze significative e, cosa importante, ho
recuperato il movimento e controllo delle braccia. Anche le mani hanno
iniziato a dare dei segni incoraggianti ed alcuni movimenti grossolani
sono stati acquisiti al punto da essere stato in grado di guidare
l'automobile in maniera corretta, tant'è che nell'ottobre 2006
ho ripreso a lavorare.
A questo punto, insieme a Zen,
abbiamo deciso che potevo seguire un programma di allenamento in
palestra tramite l'utilizzo di macchine isotoniche per tre giorni a
settimana, mentre gli altri tre giorni li avrei dedicati alla
fisioterapia per le mani. Oggi seguo ancora tale programma. In tutto
questo periodo ho sempre pensato che potevo e che dovevo farcela, senza
nessuna garanzia di successo ovviamente, ma non ho mai mollato.
E' l'unico consiglio che mi sento di dare. Non so quanto ancora
potrò recuperare, perché le mani sono ancora molto
deficitarie ed ho un torpore ai piedi che sembra proprio non volermi
abbandonare, ma di sicuro sarò in prima linea a combattere. A
chi leggerà questo piccolo racconto di straordinaria malattia
chiedo scusa qualora mi fossi lasciato trasportare dall‘enfasi, e, per
quanto concerne il suo finale, non posso fare altro che aspettare che
la vita lo scriva per me.
gennaio 2007
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