IL DOLORE NEUROPATICO ED IL SUO APPROCCIO
TERAPEUTICO
Aniello De Nicola
Unità di Terapia del Dolore. Servizio di Anestesia,
Rianimazione e Terapia Antalgica Ospedale S. Leonardo, Castellammare di
Stabia (NA)
Lo studio e la cura delle neuropatie
periferiche e delle nevralgie è diventato un campo importante di
ricerca. Il dolore associato a queste condizioni patologiche non
è stato ancora pienamente compreso e comunque finora non ha
ricevuto il dovuto interesse nei comuni test neurologici. Il dolore
originato da una neuropatia periferica o da una nevralgia, sporadico o
talvolta cronico, può essere resistente al trattamento. Comunque
un regime terapeutico ben regolato ed applicato presso un’unità
di terapia del dolore, offre le migliori garanzie di un esito positivo,
rispetto ad altri approcci specialistici.
Generalità
Sono stati proposti diversi termini per
definire questo tipo di dolore legato ad alterazioni delle funzioni
neurologiche, ma quello che oggi si preferisce è il termine
generico, appunto, di dolore neuropatico che indica unicamente la sua
origine da un’anomalia funzionale del sistema nervoso (6).
La confusione riguardante la
semantica delle differenti condizioni dolorose ha tratto notevoli
vantaggi dalla pubblicazione di una tassonomia del dolore pubblicata
dalla IASP.
Per nevralgia si intende
correntemente un dolore nel territorio di distribuzione di uno o
più nervi. Il termine va utilizzato principalmente per indicare
le forme di dolore non parossistico, anche se sussistono alcune
eccezioni.
Con il termine di neuropatia, invece, si indica un disturbo
funzionale o un’alterazione patologica del tessuto nervoso periferico.
Può essere limitata a un solo nervo (mononeuropatia), a diversi
nervi (mononeuropatia multipla) o assumere una distribuzione simmetrica
e bilaterale (polineuropatia). Una particolare neuropatia è la
neurite che indica principalmente un processo infiammatorio dei nervi.
Le neuropatie dolorose più frequenti sono quelle
mononeuropatiche. Si riconoscono varie entità etiopatogenetiche:
nelle aree urbane prevalgono le forme da trauma, negli anziani è
frequente quella posterpetica mentre in clinica medica è
classica quella diabetica.
Le mononeuropatie più conosciute sono la posttraumatica,
la posterpetica, la diabetica, la carcinomatosa, quella da artrite
reumatode, quella da LES, quella da "intrappolamento" e la metastatica
(6).
Per quanto riguarda le polineuropatie sono una varietà
sconcertante e sono caratterizzate dall’interessamento, selettivo e
non, di fibre:
Meccanismi del dolore
Si conosce che gli impulsi che originano dalle fibre nocicettive
afferenti primarie provocano la comparsa del dolore in dipendenza dal
numero e dalla frequenza con cui raggiungono il sistema nervoso
centrale. Questa spiegazione non fornisce un modello operativo valido
per il dolore da nevralgia e da neuropatia periferica. Le attuali
conoscenze suggeriscono che la soppressione di normali impulsi
inibitori afferenti potrebbe essere un fattore determinante, come
proposto inizialmente nella teoria del gate control (7).
La distruzione delle fibre afferenti di grosso diametro e la
conseguente perdita di impulsi inibitori costituiscono una spiegazione
valida, ad esempio, del dolore che insorge nella nevralgia
post-herpetica. L’elettrostimolazione consente, in questi stati di
iperestesia, di apportare un certo sollievo; questo dato tende a
sostenere l'ipotesi che il problema sia uno squilibrio delle afferenze
sensitive. Tuttavia non è dimostrato che il numero di grosse
fibre mieliniche o il rapporto di queste fibre con quelle amieliniche
è connesso con l'insorgenza del dolore nelle nevralgie. Inoltre
non convince l'ipotesi che uno ‘squilibrio' delle fibre nervose sia la
sola spiegazione del dolore. Esistono neuropatie nelle quali sono
colpite prevalentemente le fibre di grosso diametro e che sono
solitamente indolori. Alcune affezioni a carico delle sole piccole
fibre amieliniche (come la rara polineuropatia di Fabry) sono dolorose.
Una situazione opposta si osserva nella lebbra. La condizione cronica
di dolore persistente sfida qualsiasi spiegazione adeguata sul ruolo di
un processo degenerativo a carico delle fibre nervose attive
nell'insorgenza della sofferenza. Neppure l'età sembra essere un
fattore importante. Un’ulteriore spiegazione del dolore nelle fasi
iniziali delle neuropatie, come quella diabetica, è la
stimolazione dei nerva nervorum di un nervo appena danneggiato
dall'ischemia (7).
La demielinizzazione nervosa può comportare l'insorgenza
di impulsi spontanei e di focolai eccezionalmente sensibili a stimoli
meccanici o chimici. Il dolore associato alle mononeuropatie
periferiche da compressione può essere di origine ischemica.
Questo fenomeno si osserva clinicamente nella sindrome del tunnel
carpale.
Una spiegazione alternativa è quella di considerare tutte queste
condizioni come una forma di deafferentazione. Il termine dolore da
deafferentazione è entrato nell'accezione comune per indicare un
dolore in una qualsiasi parte del corpo in cui il flusso di impulsi
afferenti è stato interrotto parzialmente o completamente.
Un'interruzione può avvenire a qualsiasi livello neurologico,
dalla periferia alla corteccia. I risultati scadenti ottenuti con le
terapie neurolesive suggeriscono una spiegazione alternativa per queste
forme di dolore e la ricerca di terapie più efficaci. Un
meccanismo centrale è stato ripreso per spiegare la comparsa di
questi dolori ed è alternativo a quello che dipende dalla
trasmissione nelle fibre nocettive primarie.
Le scoperte dei meccanismi di plasticità neuronale hanno portato
ad indagare le caratteristiche del dolore cronico secondo un’approccio
completamente diverso. Da questi studi sono emerse alcune forme di
piasticità neuronale con spiccata localizzazione nei circuiti
midollari la cui esistenza potrebbe chiarire la natura ed il miglior
trattamento clinico delle condizioni di iperalgesia. Almeno tre di
questi meccanismi di plasticità hanno assunto in questo ambito
un rilevanza basilare: il fenomeno del wind-up; la cosidetta Long Term
Potentiation o LTP (potenziamento a lungo termine) e la Long Term
Depression o LTD (depressione a lungo termine).
1) Il wind-up costituisce un
progressivo incremento registrato nei neuroni delle corna posteriori
del midollo spinale ed in quelli motori delle corna anteriori del
numero dei potenziali d'azione scatenati in seguito a stimolazione
delle fibre C ad una frequenza maggiore di 0.5 Hz. Quando la frequenza
di stimolazione di una singola radice dorsale raggiunge gli 0.5 Hz, il
potenziale eccitatorio postsinaptico (EPSPs) totale nelle cellule delle
corna anteriori produce una depolarizzazione cumulativa che si esprime
in una raffica di potenziali d'azione invece che in un singolo
potenziale d'azione per ogni stimolo a livello della radice posteriore.
Quando la stimolazione ad alta frequenza viene interrotta, i potenziali
d'azione si protraggono ancora per 60 secondi (intervallo
corrispondente alla durata della depolarizzazione delle cellule delle
radici dorsali) per poi cessare. L'utilizzazione di una stimolazione a
bassa frequenza riduce notevolmente l'insorgenza del wind-up,
insorgenza che viene completamente abolita dall'uso degli antagonisti
recettoriali dell'N-Metil-D-Aspartato, noto come NMDA.
Viene suggerito che il fenomeno del wind-up può essere
visto come la sommazione temporale di EPSPs mediati dal recettore per
l'NMDA.
2) Il fenomeno della LTP si presenta come un’incremento a lunga durata
della trasmissione sinaptica (cioè un incremento nell’ampiezza
dei potenziali eccitatori postsinaptici registrati in risposta ad uno
stimolo-prova ed un successivo incremento nell'eccitabilità
della cellula postsinaptica) causata da una stimolazione ad alta
frequenza (superiore ai 100 Hz) e di breve durata della via sinaptica.
La forma più comune di LTP si osserva quando scariche ad alta
frequenza di attività presinaptica determinano un rilascio di
glutammato dai terminali presinaptici
3) Con il termine di LTD si intende un decremento di lunga durata
dell'efficacia della trasmissione sinaptica, che può essere
causato da una stimolazione prolungata. I suoi meccanismi di base sono
stati chiariti di recente. Essa è caratteristica dell'ippocampo,
della corteccia visiva, di quella sensitiva, di quella motoria e di
quella prefrontale. Nell'ippocampo e nel neo-cortex la LTD sembra
essere indotta nelle cellule postsinaptiche da una fonte di ioni calcio
simile a quella che si trova alla base del l'induzione della LTP, ma di
concentrazione leggermente inferiore. Come nel caso della LTP, la fonte
di provenienza degli ioni calcio non sembra essere importante: essa
potrebbe derivare infatti da un deposito di notevole entità di
una vicina sinapsi, da depositi intra-cellulari, da un influsso
attraverso i canali voltaggio-sensibili, o infine da canali associati
al recettore per l'NMDA. Ciò che sembra essere importante
è senza dubbio l'ampiezza dell'incremento della concentrazione
dello ione all'interno della cellula.
Sono da chiarire le principali differenze tra LTP e wind-up:
1 - esiste innanzi tutto una
difformità di ordine cronologico: tutte le osservazioni sono
concordi nell'attribuire al wind-up una durata di pochi minuti, fino ad
un massimo di 20; la LTP dura da 1 ora (limite temporale minimo) a
diversi mesi;
2 - dopo l'iniziale depolarizzazione coinvolta nell'induzione
dell'LTP, il potenziale di membrana di riposo, la resistenza
all'ingresso delle correnti ioniche e le proprietà passive di
membrana delle cellule postsinaptiche sono identiche a quelle delle
cellule non potenziate. Ciò è in contrasto con quanto
avviene nel wind-up, dovuto ad una depolarizzazione persistente;
3 - la LTP può essere prevenuta ma non inibita dai
bloccanti
dei recettori NMDA, mentre il wind-up può essere prevenuto e
bloccato dagli antagonisti dei recettori NMDA.
Caratteristiche cliniche
Le caratteristiche cliniche di una neuropatia periferica possono
comprendere ipostenia, atrofia muscolare, fascicolazioni, crampi e
iporeflessia tendinea. Le alterazioni sensitive possono coinvolgere
alcuni o tutti i tipi di sensibilità. Il dolore si può
manifestare con parestesie o iperestesia. L'iperpatia (caratterizzata
da ritardo, iperreazione e sensazione postuma a uno stimolo) si associa
spesso a lesioni parziali o complete dei nervi periferici. Il dolore
può essere descritto come gravativo (come nella nevralgia
diabetica ed in quella ischemica) o lancinante (come nella neuropatia
da tabe e nel coinvolgimento carcinomatoso dei nervi periferici). Un
interessamento del sistema vegetativo si può manifestare con una
sindrome di Horner o con alterazioni della temperatura, del colorito o
della sudorazione agli arti, con disturbi funzionari dell'apparato
genito-urinario o con impotenza..
Esso può diffondersi ampiamente, interessando zone lontane dalla
sede della lesione primitiva; possono inoltre comparire una dolenzia
muscolare ed una ipersensibilità cutanea nelle regioni che hanno
una relazione segmentale nervosa con l'area lesa.
Caratteristiche:
◦ Il dolore è percepito in
assenza di un processo o di lesione tissutale permanente ed
identificabile;
◦ Sono presenti sensazioni sgradevoli, anormali o insolite
(disestesie), frequentemente riferite come bruciore o scossa elettrica;
◦ Sono presenti brevi episodi di dolore parossistico a carattere
lancinante o trafittivo;
◦ Il dolore compare in ritardo rispetto alla lesione scatenante;
◦ Il dolore è percepito in una regione di deficit sensitivo;
◦ Anche stimoli leggeri sono dolorosi (allodinia);
◦ C'è sommazione marcata ed attività persistente dopo
l'applicazione di stimoli ripetuti.
I pazienti con polineuropatia secondaria a diabete mellito possono
presentare torpore e perdita della sensibilità distale, con
bruciore ed iperestesia e sintomi di neuropatia del sistema autonomo
(es. ipotensione ortostatica). La neuropatia diabetica in fase iniziale
spesso si presenta con un intenso bruciore ai piedi, accompagnato da
arrossamento della cute, generalmente attenuato con l'immersione in
acqua fredda, ed aggravato dal calore.
La neuropatia secondaria ad insufficienza renale cronica generalmente
non è dolorosa, sebbene i pazienti possano accusare agitazione
degli arti, torpore distale e parestesie. La neuropatia secondaria
all'uso di isoniazide può causare dolorabilità ai muscoli
del polpaccio con dolore e parestesie spontanee che peggiorano di notte.
Diagnosi
La conferma della diagnosi di neuropatia periferica si ottiene
soprattutto attraverso indagini sulla conduzione nervosa. In caso di
difficoltà a differenziare una neuropatia periferica da una
miopatia, l'elettromiografia risolve ogni incertezza.
Generalmente è sufficiente un'attenta anamnesi ed un esame
obiettivo per determinare la causa più probabile di una
nevralgia. L'elettromiogramma (EMG) può delineare il livello di
una compressione o suggerire una polineuropatia. Gli esami di
laboratorio possono essere di aiuto nella diagnosi di una neuropatia
periferica secondaria a diabete mellito, mieloma multiplo o
ipotiroidismo.
TRATTAMENTO
Profilassi
La nevralgia posterpetica è una condizione angosciante, spesso a
lungo termine, il cui trattamento ha sconcertato i medici per molti
anni. Di conseguenza, gli sforzi sono stati orientati soprattutto ad
approfondire la profilassi di questa patologia. L'impiego dei
corticosteroidi nel trattamento dell'herpes zoster acuto è stato
alla base di diversi studi. I corticosteroidi riducono l'incidenza
della nevralgia posterpetica e favoriscono la cicatrizzazione cutanea.
Tuttavia, il rischio, per altro raro, di questi farmaci è
l'insorgenza di un herpes zoster disseminato. Anche la somministrazione
di levodopa si è dimostrata efficace nel ridurre l'incidenza
della nevralgia posterpetica.
L'efficacia dei farmaci antivirali nel trattamento dell'herpes zoster
acuto non è stata accertata nella nevralgia posterpetica. Sia
l'amantadina che l'acyclovir riducono il tempo di guarigione
nell'herpes zoster acuto. L'acyclovir è il farmaco meno tossico
e il suo impiego è diffuso. Rimane tuttavia incerto se esso
abbia un effetto qualsiasi sulla nevralgia post-herpetica.
Un altro elemento fondamentale della profilassi consiste nel
riconoscere e nell'evitare, quando possibile, i farmaci responsabili di
neuropatia periferica. I farmaci più spesso implicati sono
nitrofurantoina, vincristina e isoniazide. L'incidenza di un dolore
post-toracotomico può essere ridotta con il blocco dei nervi
intercostali, praticato al momento dell'intervento chirurgico o
successivamente. Infatti il blocco di conduzione precoce, mediante
anestetici locali di lunga durata come ropivacina e bupivacaina,
preverrebbe il dolore con un meccanismo di tipo "preemptive". Gli interventi
chirurgici sul sistema nervoso periferico provocano spesso la comparsa
di neuromi, nevralgie e dolore da deafferentazione. Pertanto è
determinate la selezione attenta dei pazienti e di fare una terapia
tradizionale, prima di un trattamento chirurgico del dolore
neuropatico. Un altro obiettivo della terapia della nevralgia
periferica comprende la mobilizzazione dell'arto colpito al fine di
evitare un peggioramento derivante dallo stato di mancato uso
dell'arto, con conseguente riduzione degli stimoli nervosi centrali da
immobilizzazione dell'arto. Infatti in tutti i protocolli terapeutici
deve essere compresa un'intensa terapia fisica per ristabilire,
appunto, la funzionalità, prevenire l'atrofia muscolare da non
uso e la distrofia dei tessuti molli, e ristabilire gli impulsi nervosi
centrali.
Trattamento iniziale
L'approccio terapeutico iniziale si basa sull'identificazione, laddove
possibile, dell'agente eziologico (2). Il trattamento della causa
può condurre ad un miglioramento dei sintomi nella maggior parte
dei casi.
1 - Il trattamento chirurgico di
una compressione nervosa può dare sollievo, anche se alcuni
interventi possano peggiorare la situazione
2 - Il dolore da neuropatia diabetica, ad esempio, può
regredire con un miglior controllo della glicemia
3 - Il dolore da neuropatia secondaria a mieloma può
rispondere alla chemioterapia
4 - Il dolore dovuto alla polineuropatia alcolica talvolta
migliora
con l'astinenza e una dieta corretta. Ad esempio 100 mg di tiamina per
os al giorno sono efficaci. Anche più drammaticamente efficaci
sono risultati, a lungo termine, i blocchi ripetuti del sistema
simpatico con anestetici locali, come il blocco del ganglio stellato
nelle neuropatie dell’arto superiore
5 - Pure la neuropatia da isoniazide può rispondere alla
terapia vitaminica con piridossina, come pure le neuropatie secondarie
a carenze vitaminiche (come il beri-beri o la pellagra, rare nei paesi
civilizzati) rispondono ad una dieta corretta o all'apporto
supplementare di vitamine
Terapie specifiche
Un approccio di base, iniziale ed immediato dovrebbe essere quello di
eseguire un’infiltrazione del nervo colpito con anestetico locale (ad
es. 4-5 ml di bupivacaina allo 0.50% o di ropivacaina all’1%). Il
paziente può essere controllato ogni settimana e le iniezioni
ripetute periodicamente. Quando con il solo uso di anestetici locali
non si ottiene un miglioramento duraturo, all'infiltrazione
dell'anestetico locale può essere associata una piccola
quantità di corticosteroidi (ad esempio triamcinolone 12.5 mg o
desametasone 2 mg). Si ritiene che lo steroide stabilizzi le membrane
neuronali (2, 3).
Gli analgesici narcotici e non narcotici si sono dimostrati spesso
inefficaci nel controllare il dolore delle nevralgie e delle neuropatie
periferiche. L'esito negativo ottenuto con queste terapie portò
all'impiego di farmaci ad azione centrale, come ad esempio, la
fenitoina, la carbamazepina, gli antidepressivi triciclici ed i
derivati delle fenotiazine. Purtroppo il successo della carbamazepina
nel trattamento dell'80-90% dei casi di nevralgia del trigemino, ad
esempio, non si è ripetuto in altre forme di nevralgia
periferica. Questo farmaco può essere efficace nelle nevralgie
caratterizzate da dolori lancinanti episodici, mentre nei pazienti con
dolore costante può essere utile l'associazione di un
antidepressivo triciclico con un derivato delle fenotiazine.
Sebbene l'impiego degli antidepressivi triciclici nel trattamento delle
nevralgie sia iniziato più di 20 anni fa, gli studi ben
controllati sono esigui. L'aggiunta di un derivato fenotiazinico come
la flufenazina consente un significativo miglioramento della
sintomatologia nei pazienti insensibili alla sola amitriptilina. La
prolungata somministrazione della flufenazina da sola può
portare a una depressione suicida: è determinante l’associazione
con un antidepressivo triciclico.
L'effetto terapeutico dei farmaci triciclici non pare associato
all'azione antidepressiva. Inoltre il modo con cui un'associazione di
antidepressivi triciclici e fenotiazine possa influenzare il dolore
delle nevralgie e delle neuropatie periferiche rimane inspiegato. La
risposta ai triciclici spesso precede di settimane qualsiasi effetto
antidepressivo. Talvolta l'effetto analgesico tarda a comparire, per
cui la terapia con questi farmaci va proseguita per almeno 3 settimane
prima di rinunciare.
L'uso prolungato della flufenazina può causare una
sintomatologia depressiva e confusionale. L'effetto motorio più
comune è il parkinsonismo. Sporadicamente si può
manifestare una distonia acuta subito dopo la somministrazione del
farmaco e, raramente ma in forma più grave, può comparire
una discinesia tardiva.
Gli effetti collaterali più comuni degli antidepressivi
triciclici sono di tipo anticolinergico (xerostomia, esacerbazione di
un glaucoma, ritenzione urinaria, confusione mentale per gli effetti
centrali di questi farmaci).
La dose di carbamazepina va scalata molto attentamente. E consigliabile
controllare frequentemente il paziente ed i livelli plasmatici del
farmaco. Gli effetti collaterali sono soprattutto a carico del sistema
nervoso centrale, con nistagmo, atassia, sedazione e confusione.
Raramente possono comparire eruzioni cutanee e agranulocitosi ed il
farmaco va interrotto al primo indizio di intossicazione (10).
La fenitoina si è dimostrata efficace in alcune nevralgie
periferiche. La dose iniziale è di 100 mg per os tre volte al
giorno. Le dosi possono essere portate a 300-500 mg al giorno in modo
da mantenere i livelli plasmatici a 10-20 mcg/ml. Se, nonostante il
raggiungimento di livelli sierici terapeutici di anticonvulsivante, il
paziente non mostra alcun miglioramento, si deve interrompere la
terapia (10).
Quando gli anticonvulsivanti non hanno avuto effetto, si può
prendere in considerazione un trattamento con farmaci antiaritmici. Le
infusioni endovenose di lidocaina sono efficaci nel trattamento delle
nevralgie del trigemino e delle neuropatie diabetiche. Si esegue un
continuo monitoraggio elettrocardiografico e si effettua un'infusione
di 2 mg/kg di lidocaina in 5 minuti, seguita da un'infusione di 50 m
g/kg/min per 30 minuti. Anche la tocainide, altro antiaritmico orale,
sembra essere utile nel trattamento di alcune nevralgie (400 mg per os
tre volte al giorno) e la mexiletina si è dimostrata efficace in
caso di neuropatia secondaria a diabete mellito (200 mg per os tre
volte al giorno).
L’introduzione nella terapia del dolore neuropatico di gabapentina, di
medprotina, vigabatrin e della lamotrigina sta aprendo nuove
opportunità terapeutiche, specie per quanto concerne la loro
associazione con analgesici puri.
Tra questi ed in questo specifico ambito, sta esibendo una buona
efficacia il tramadolo. Questo oppioide minore e non stupefacente
probabilmente riesce ad agire bene per la sua funzione multipla.
Infatti agisce a livello dei recettori m della morfina, inibisce il
reuptake di noradrenalina e serotonina (principali neutrasmettitori
delle vie discendenti di modulazione del dolore) e blocca il break
trought pain, tipico delle fasi di esacerbazione. La posologia
consigliata è di 200/250 mg al giorno per via orale, in gocce o
nella forma slow-release, sia associato agli antidepressivi che agli
antiepilettici.
Stimolazione delle fibre afferenti
Nelle nevralgie l'impiego della TENS può raggiungere risposte
positive elevate. Essa è praticamente esente da effetti
collaterali, a parte una possibile irritazione cutanea dovuta agli
elettrodi necessari per l'applicazione. Talvolta la risposta iniziale a
questo trattamento è un'esacerbazione del dolore, ma se il
paziente persevera il dolore si può attenuare. In queste
condizioni si è ricorsi anche alla stimolazione elettrica delle
colonne dorsali attraverso un sistema impiantato. I principali problemi
associati alla stimolazione epidurale sono lo spostamento degli
elettrodi e la possibilità di infezioni. Il costo elevatissimo
della tecnologia ne limitano l’impiego. Nella maggior parte dei casi,
l'impiego della TENS è meno dispendioso e certamente meno
invasivo.
Anestetici locali
Il successo dei blocchi del simpatico, ottenuto nel trattamento della
causalgia, non è stato sempre riscontrato nelle nevralgie e
nelle neuropatie. Diversi autori, comunque, ritengono che la
ripetizione di questi blocchi riduca l'incidenza della nevralgia
posterpetica. Ad ogni modo, i risultati ottenuti variano notevolmente
(1,8). Nella fase acuta dell'herpes zoster, è stato riportato
che l'infiltrazione delle vescicole con anestetici locali e
corticosteroidi riduce l'incidenza del dolore associato alla fase acuta
e alla nevralgia posterpetica. Alcune nevralgie post-traumatiche, come
le nevralgie intercostali post-operatorie e le nevralgie del moncone
postamputazione, rispondono spesso ai blocchi nervosi periferici
intermittenti con anestetici locali (bupivacaina allo 0,5% o
ropivacaina all’1%) e corticosteroidi, associati a terapia fisica
(8,9). Nelle nevralgie del moncone l’infiltrazione può essere
fatta anche direttamente nell’area dolente, con una tecnica a ventaglio
aumentando il volume della soluzione e riducendone la concentrazione
anestetica.
Le neuropatie "da intrappolamento" (come la meralgia parestesica)
possono essere risolte anch’esse con i blocchi nervosi intermittenti
con anestetico locale. I blocchi per infusione endovenosa di
guanetidina, secondo Hannington-Kiff, si sono dimostrati efficaci nel
trattamento di neuromi dolorosi e di certe neuropatie periferiche
post-traumatiche o postoperatorie dell’arto superiore. La tecnica
è abbastanza agevole ed è sovrapponibile al blocco
endovenoso retrogrado degli arti con di anestetici locali a scopo
chirurgico. Infatti dopo aver incannulato una vena dell’arto superiore,
svuotato il circolo del sangue e bloccato con un doppio manicotto la
radice dell’arto, si esegue l’infusione di guanetidina preceduta,
preferibilmente, da basse dosi di lidocaina.
Dopo 20 minuti e quando il farmaco si è fissato completamente si
aprono i manicotti emostatici per pochi secondi e si richiudono ad
intermittenza, per alcune volte. Ciò ad evitare che residui di
guanetidina passino rapidamente nel circolo sistemico.
Alla mancanza di guanetidina, non reperibile in Italia, si può
ovviare con blocchi endovenosi retrogradi con lidocaina 2% o
ropivacaina 1%, eseguiti giornalmente.
I pazienti con bruciore ed iperpatia, quali segni fisici predominanti,
possono essere sottoposti a blocchi del sistema simpatico, in quanto la
sindrome dolorosa potrebbe avere una componente simpatica. Se il
paziente mostra un miglioramento dei sintomi in seguito a blocco del
sistema simpatico, si può eseguire una serie di blocchi,
inizialmente ad intervalli brevi (1-2 giorni).
Una terapia efficace nel trattamento delle nevralgie facciali atipiche
ed in alcuni dolori da neuropatia della faccia è risultato il
blocco del ganglio sfenopalatino (4).
Il blocco può essere eseguito due volte la settimana e non ha
bisogno di attrezzature particolari e dell’amplificatore di brillanza.
Si esegue per via transnasale ed in regime ambulatoriale essendo
scarsamente tossico e non essendo un tecnica invasiva.
La tecnica classica prevede l’apposizione diretta di lidocaina al 2% o
il gocciolamento mirato direttamente alla fine dei turbinati medi e
quelli superiori in prossimità del forame sfenopalatino, con il
paziente supino, il collo leggermente iperesteso. Una tecnica
alternativa è quella originale che prevede l’apposizione sul
ganglio sfenopalatino, mediante iniezione con ago a punta atraumatica
olivare, della mistura anestetica EMLA. Il blocco risulta ugualmente
efficace ma ha il vantaggio che la crema resta più a lungo
sull’area rispetto alla soluzione di lidocaina ed ha un assorbimento
maggiore (4,5).
I pazienti che non rispondono alle terapie suddette possono trarre
benefici da un prolungato blocco anestetico locale, peridurale o
perinervoso continuo, inizialmente in regime di ricovero (1).
La nevralgia degli arti inferiori può essere controllata
mediante analgesia epidurale lombare continua, con infusioni di
bupivacaina allo 0.25-0.50% o ropivacaina 0,75% - 1%.
La nevralgia degli arti superiori può essere controllata
mediante blocco continuo dei plesso brachiale, ricorrendo ad un
approccio ascellare o infrascalenico (9). Il blocco deve essere
mantenuto per 3-6 giorni e contemporaneamente si ricorre ad intensa
fisioterapia.
Gli anestetici locali penetrano scarsamente nella cute ed un'emulsione
a base di lidocaina e prilocaina, l’EMLA, è stata però
utilizzata per ridurre il dolore da nevralgia posterpetica, ottenendo
un efficace controllo a breve termine del dolore, specie nei casi di
nevralgia facciale e toraciche (5). Le concentrazioni plasmatiche di
anestetico locale risultano minime e mai tossiche. Quando si associa
all’EMLA una terapia con analgesici oppioidi minori come il tramadolo i
risultati positivi aumentano e si mantengono più a lungo.
Ovviamente questi risultati attendono una conferma da altri studi
controllati con placebo.
Trattamento topico
L'impiego di farmaci a uso topico nel trattamento della nevralgia
posterpetica è stato sperimentato in diversi centri ed è
sembrato promettente. La capsaicina è una neurotossina che si
ritrova naturalmente nel peperoncino. Questa sostanza provoca una
deplezione di sostanza P e blocca selettivamente, oppure distrugge a
dosi elevate, le fibre afferenti sensitive nocicettive. Preparazioni
topiche di capsaicina allo 0,025% sono state utilizzate con risultati
discreti. Il problema principale di questa terapia è l'effetto
revulsivo provocato dal farmaco, che può essere difficile da
sopportare. In Italia non è ancora presente.
Terapia chirurgica
L'utilità della terapia chirurgica in certe nevralgie (come ad
esempio nella sindrome del tunnel carpale) è stata dimostrata
nel corso degli anni. Tuttavia, prima dell'intervento vanno escluse con
attenzione certe condizioni reversibili associate a questa sindrome
(come il mixedema, la gravidanza e la gotta). L'impiego di sostanze
neurolitiche, il ricorso alla neurotomia e alla nevrectomia dovrebbero
essere riservate ai casi di nevralgie neoplastiche terminali. Il tasso
elevato ed inaccettabile di recidiva, anche e spesso grave, dopo questi
interventi ne deve escludere l'impiego in patologie non maligne.
da http://www.salus.it/dol/neuropatico.html
Fisiopatologia
del dolore in età geriatrica
di Pierluigi Dal Santo
Definizione di dolore - Anatomia e fisiologia del sistema algico (pain
system).
In termini fisiopatologici moderni il dolore corrisponde ad una
"sensazione spiacevole e ad una esperienza emozionale ed affettiva
associata a danno dei tessuti o descritto nei termini di tale danno"
(1). Non si tratta quindi solo della semplice attivazione di un sistema
nervoso complesso, ma corrisponde sempre ad uno stato psicologico sul
quale giocano le loro influenze lo stato emozionale e precedenti
esperienze spiacevoli. Più precisamente, dal concetto di dolore
(o meglio di nocicezione) andrebbe distinto quello di sofferenza che
comprende soprattutto la risposta emotiva ed affettiva ad una
stimolazione dolorosa o anche ad altri eventi quali paura, minaccia e
presentimenti.
Da un punto di vista anatomo-fisiologico il sistema algico può
essere definito come un sistema neuro-ormonale complesso, a proiezione
diffusa, in cui si possono riconoscere tre sottosistemi (2-5):
1. un sistema afferenziale che conduce
gli impulsi nocicettivi dalla periferia ai centri superiori;
2. un sistema di riconoscimento che "decodifica" e interpreta
l'informazione valutandone la pericolosità e predisponendo la
strategia della risposta motoria, neurovegetativa, endocrina e
psicoemotiva;
3. un sistema di "modulazione" e controllo che provvede ad inviare
impulsi inibitori al midollo spinale allo scopo di ridurre la potenza
degli impulsi nocicettivi afferenti.
I sottosistemi 1 e 2 costituiscono il sistema "nocicettivo", il 3 il
sistema antinocicettivo. Questa suddivisione funzionale trova una
diretta corrispondenza nella terapia antalgica che può appunto
realizzarsi in due modi fondamentali: interrompendo le vie del sistema
nocicettivo ovvero rinforzando il sistema antinocicettivo
Le strutture nervose che costituiscono il sistema nocicettivo
"afferente" comprendono:
· I recettori: terminazioni nervose libere in grado di
rispondere a vari tipi di stimolazione: termica, pressoria, variazione
di pH, riduzione della tensione di O2, contatto con sostanze algogene
liberate da tessuti lesi (potassio, istamina, serotonina,
prostaglandine), provenienti dal circolo sanguigno, (bradichinine) o
dalle stesse terminazioni nervose, come la sostanza P che, possedendo
varie attività biologiche (vasodilatazione, chemiotassi per i
leucociti, degranulazione dei mastociti), trasforma i recettori in veri
e propri "neuroeffettori".
· Il neurone primario afferente sensoriale: ha la cellula di
origine posta nel ganglio spinale e due assoni di cui uno si dirige in
senso centrifugo terminando con un recettore nelle strutture tessutali
periferiche (cute, strutture somatiche e viscerali) e uno si dirige in
senso centripeto raggiungendo il corno posteriore del midollo spinale.
Le fibre afferenti primarie in grado di condurre lo stimolo dolorifico
sono di due tipi: fibre mieliniche di piccolo diametro (A-d) che
conducono ad una velocità di 10-30 m/sec. sensazioni dolorose di
tipo puntorio, ben localizzate e con la stessa durata dello stimolo
applicato (dolore "epicritico"), e fibre amieliniche di piccolo
diametro ( C ), con velocità di conduzione di 1-10 m/sec.
responsabili della trasmissione di dolore poco localizzato, di tipo
"urente", e che ha una durata maggiore dell'applicazione dello stimolo
stesso (dolore "protopatico"). Il dolore viscerale profondo e riferito
ha caratteristiche simili a quelle del dolore "protopatico" piuttosto
che di quello "epicritico".
· Le corna dorsali: i neuroni delle corna posteriori che
contraggono sinapsi con gli assoni provenienti dai neuroni dei gangli
spinali, si organizzano in una serie di "lamine" sulla base della
morfologia e della disposizione delle cellule stesse: in tal modo
l'informazione nocicettiva viene sottoposta ad una prima elaborazione
grazie alla modulazione (equilibrio fra azione eccitatoria ed
inibitoria) fornita dai vari neurotrasmettitori (sostanza P,
colecistochinina, somatostatina). E' importante ricordare che sui
neuroni spinali convergono input provenienti sia dalla cute che dai
visceri profondi, per cui, grazie tale convergenza, si realizza il
cosiddetto "dolore riferito": in tal modo l'attività indotta nei
neuroni spinali da stimoli provenienti da strutture profonde viene
erroneamente riferita in un'area che è grossomodo sovrapponibile
alla regione cutanea innervata dal medesimo segmento spinale.
· Il sistema spino-talamico e talamo-corticale: il sistema
spino-talamico può essere concettualmente diviso in una parte
diretta, che trasmette l'informazione sensitiva discriminativa del
dolore a livelli talamici, e una parte spino-reticolo-talamica,
filogeneticamente più antica, che termina più
diffusamente nei nuclei reticolari del tronco encefalico. Il sistema
spino-talamico diretto è importante per la percezione cosciente
delle sensazioni nocicettive e termina ordinatamente entro il nucleo
ventro-postero-laterale del talamo (VPL) ove afferiscono anche le vie
nervose provenienti dalle colonne dorsali che trasmettono la
sensibilità tattile superficiale e la sensazione articolare:
ciò consente di discriminare aspetti sensitivi del dolore in
merito alla sua localizzazione, natura ed intensità. A loro
volta le cellule del VPL proiettano alla corteccia somato-sensoriale
primaria (1^ e 2^ area somato-sensitiva della corteccia parietale). Il
sistema spino-reticolo-talamico lungo il suo decorso ascendente invia
collaterali ai nuclei della sostanza reticolare bulbo-mesencefalica
formando parte di un sistema polisinaptico che termina nei nuclei
talamici mediali: questo sistema polisinaptico può mediare
alcuni aspetti delle reazioni autonomiche e affettive del dolore (p.
es. reazione di allerta e di orientamento agli stimoli dolorosi),
mentre non sembra importante per la discriminazione e la localizzazione
sensoriale. Ricordiamo infine che dal sistema limbico afferiscono al
talamo neuroni provenienti dall'amigdala e dall'ippocampo: queste
connessioni e le loro implicazioni funzionali sono importanti per il
tono cognitivo e psicoemotivo che viene impresso all'evento dolore.
Il sistema di modulazione "antinocicettivo" comprende impulsi
discendenti provenienti dalla corteccia frontale e dall'ipotalamo che
vanno ad attivare neuroni mesencefalici e del bulbo. Numerose prove
testimoniano che questo sistema di modulazione contribuisce all'effetto
analgesico dei farmaci oppioidi, in quanto sono presenti recettori per
gli oppioidi stessi; inoltre, i nuclei che compongono il sistema di
modulazione del dolore contengono peptidi endogeni, come le endorfine.
Le condizioni in grado di attivare questo sistema di modulazione in
modo più costante sono il dolore e/o la paura che persistono per
un periodo prolungato ed infatti è stato dimostrato che sostanze
endogene analgesiche vengono rilasciate a seguito di interventi
chirurgici.
La modulazione del dolore è a doppio senso e quindi si
può avere sia produzione di analgesia, sia intensificazione
della sensazione dolorosa; infatti è esperienza comune come
stati psicologici particolari (stress e depressione) siano in grado di
automantenere le sensazioni dolorose croniche.
Lo stress è un fattore di importante variazione della percezione
del dolore secondo un processo "bifasico" che registra un innalzamento
della soglia (Analgesia da Stress - Stress Induced Analgesia, SIA),
seguito, con perdurare nel tempo della stimolazione, da un abbassamento
a livello patologico, ovvero di gran lunga minore del livello primitivo
o di controllo. In questa seconda fase possono essere coinvolti diversi
peptidi come l'1-24 ACTH e la colecistochinina (CCK) che assume il
ruolo di "naloxone endogeno" (6, 7).
Per quanto riguarda la depressione, è tuttora controverso il
significato della sua concomitanza con il dolore, per cui se in alcuni
pazienti i disturbi depressivi sembrano essere solo secondari
all'insorgenza del dolore, in altri il dolore rappresenta una dei
sintomi di depressione endogena. Molti aspetti neurochimici sembrano
comunque accomunare dolore e depressione: il sistema monoaminergico,
nella sua componente serotoninergica, gioca un ruolo rilevante nella
modulazione endogena del dolore in quanto una sua diminuzione (a
vantaggio della componente noradrenergica), è in grado di
aumentare la sensibilità e la reattività allo stimolo
nocicettivo, di diminuire la risposta analgesica agli oppiacei esogeni
e di evocare sintomi di tipo depressivo (4, 5, 8-11). Gli
antidepressivi triciclici, cui va riconosciuta una particolare
efficacia teapeutica nei due quadri, agirebbero diminuendo
l'attività noradrenergica ed aumentando quella serotoninergica.
Nel paziente anziano tutta questa problematica appare ancor più
importante, se si considera che fattori psico-sociali, con il
conseguente stato di stress cronico, possono interagire con il processo
di invecchiamento cerebrale che sembra alterare la trasmissione
serotoninergica.
Classificazione del dolore
Una prima suddivisione del dolore (12, 13), tiene conto del tempo di
insorgenza, per cui si riconosce un dolore acuto, che di solito ha una
causa facilmente identificabile e che si associa ad uno stato emotivo
di tipo ansioso con attivazione del sistema simpatico, e un dolore
cronico, che ha durata maggiore di sei mesi. Diversamente da quello
acuto, il dolore cronico perde la sua funzione biologica di adattamento
e, specialmente in età geriatrica, si accompagna facilmente a
depressione.
Il dolore cronico può essere suddiviso in nocicettivo
(proporzionato alla continua attivazione delle fibre nervose della
sensibilità dolorifica), neurogeno, (causato da un processo
patologico organico interessante le vie nervose afferenti) e psicogeno.
Il dolore di tipo nocicettivo può essere sia somatico che
viscerale e nel paziente anziano la maggior parte dei dolori cronici
è di tipo nocicettivo somatico (p. es. artrite, cancro, dolore
muscolo-fasciale): in questo caso per alleviare il dolore bisogno
rimuovere la causa periferica (p. es. riduzione della flogosi), mentre
solo in un secondo momento si potrà ricorrere all'interruzione
delle vie nervose afferenti.
Il dolore da neuropatia deriva da un danno diretto alle vie nervose
centrali e/o periferiche causato da patologie molto frequenti in
età geriatrica come per esempio il diabete e l'herpes zoster.
Esso ha un carattere urente, tipo "scossa elettrica" o "formicolio" e
può essere scatenato anche soltanto da una lieve stimolazione
tattile. I meccanismi del dolore da neuropatia sono di vario tipo: le
fibre afferenti primarie interessate da una lesione, inclusi i
nocicettori, divengono estremamente sensibili alla stimolazione
meccanica e iniziano a generare impulsi anche in assenza di
stimolazione, attivandosi spontaneamente. La successiva elaborazione
delle informazioni a livello del SNC può persistere anche in
assenza di un'attivazione continua delle fibre nervose sensitive e
ciò sta alla base della cosiddetta sindrome da deafferentazione,
tipica del dolore da arto fantasma. Le fibre nervose sensitive lese
possono anche sviluppare una ipersensibilità alla noradrenalina
rilasciata da neuroni simpatici post-gangliari e ciò determina
un dolore urente o di tipo "bruciore" o "pugnalata" poco sensibile ai
farmaci analgesici, ma che risponde elettivamente al blocco del sistema
simpatico; questo dolore si manifesta con una latenza di ore, giorni o
anche settimane rispetto all'applicazione del danno nervoso (causato da
fratture ossee, traumi dei tessuti molli, infarto miocardico), e si
accompagna a tumefazione delle estremità, osteoporosi nelle aree
periarticolari e modificazioni artrosiche delle articolazioni distali
(distrofia simpatica riflessa).
Il dolore psicogeno si presenta con intensità ed
invalidità sproporzionate rispetto alla causa somatica
identificabile ed è correlato ad una tendenza più
profonda al comportamento anomalo da malattia (sindrome dolorosa
cronica di origine non neoplastica). Alcuni di questi pazienti non
presentano alcuna malattia organica ed i loro disturbi possono pertanto
essere classificati fra le cosiddette forme di somatizzazione.
Le definizioni sopra riportate sono così riassunte:
Acuto: causa facilmente identificabile,
stato ansioso associato, attivazione del sistema simpatico.
Cronico: durata maggiore di sei mesi, perdita della funzione biologica
di adattamento, associato facilmente a depressione.
Nocicettivo: proporzionato alla continua attivazione delle fibre
nervose della sensibilità
dolorifica, può essere somatico o viscerale.
Neurogeno: dovuto a processo patologico organico interessante le vie
nervose afferenti.
Psicogeno: intensità e invalidità sproporzionate alla
causa somatica supposta responsabile.
Le alterazioni della sensibilità dolorifica in età
geriatrica: esiste una "presbialgia"?
Per capire se con l'invecchiamento si determinano delle alterazioni
della percezione e dell'elaborazione del dolore, al pari di altre
perdite di funzione, dobbiamo valutare i seguenti "punti focali":
1. effetti dell'invecchiamento sul
dolore "acuto": analisi dei risultati sperimentali, aspetti
fisiopatologici della percezione "atipica" di eventi dolorosi acuti di
particolare rilevanza clinica;
2. effetti dell'invecchiamento sul dolore "cronico";
3. influenza del deficit cognitivo sulla percezione del dolore.
1. Invecchiamento e dolore acuto
Il dolore acuto può essere sperimentalmente riprodotto e
ciò comporta teoricamente un'oggettiva analisi dei rapporti tra
la percezione del dolore e l'invecchiamento. Gli studi sperimentali che
si sono succeduti fin dagli anni '40 si sono avvalsi per la maggior
parte di stimolazioni termiche ed elettriche; in qualche caso si sono
analizzate le sensazioni dolorose da pinzamento del tendine achilleo o
da stimolazione elettrica dentaria.
I parametri presi in considerazione sono stati:
· la soglia del dolore, cioè la minima quantità di
stimolazione per cui il soggetto dichiara verbalmente di provare dolore;
· la soglia comportamentale al dolore, definita come la minima
stimolazione sufficiente a provocare la contrazione del muscolo
orbicolare dell'occhio;
· la soglia della tolleranza al dolore, cioè la minima
quantità di stimolazione che provoca nel soggetto un dolore di
intensità tale da non poter essere più ulteriormente
sopportato.
I risultati degli studi sperimentali che hanno valutato le variazioni
età dipendenti della soglia del dolore sono contrastanti, in
quanto sono stati riscontrati sia aumento (14-17) che assenza di
modificazioni (18-19) dei parametri considerati. Analoghi, contrastanti
risultati si sono ottenuti analizzando la soglia comportamentale del
dolore (15-18), mentre per quanto riguarda la soglia di tolleranza al
dolore sembra esservi una diminuzione con l'avanzare dell'età
accompagnata da un minimo aumento del tempo in cui si manifesta lo
stesso fenomeno, rilevabile però solo nei soggetti di sesso
femminile (20-21).
Questi dati sperimentali così contradditori possono essere stati
determinati da varie condizioni. In primo luogo, la quasi
totalità degli studi sperimentali analizzava il dolore
superficiale evocato da brevi stimolazioni cutanee: non è chiaro
come cambiamenti, correlati all'età, di questo tipo di dolore
dovuto alla stimolazione di fibre afferenti di tipo A-d, correli con il
dolore clinicamente più rilevante (viscerale e profondo),
mediato da fibre amieliniche di tipo C. In secondo luogo, mancano in
letteratura studi longitudinali sull'effetto dell'età sulla
percezione del dolore, per cui i dati disponibili derivano da studi
trasversali che, come tali, introducono potenziali bias (drop out di
selezione, effetto coorte, precedente storia di dolore). Dobbiamo
infine tenere presente che i parametri "soglia del dolore" e
"tolleranza" sono assai poco collegabili al dolore acuto della pratica
clinica o al dolore cronico, tanto è vero che entrambi i
parametri non sembrano essere influenzati dai trattamenti analgesici.
Rifacendoci alla definizione fisio-patologica di "dolore", è
logico attendersi che sulla sua percezione vadano ad interagire fattori
emozionali e cognitivi particolari: è esperienza comune il fatto
che un intervento chirurgico d'urgenza (specie se seguito da prolungata
immobilizzazione) determina un'apparente diminuzione della soglia del
dolore negli anziani e contemporaneamente può causare episodi di
"delirium". E' stato dimostrato che nei soggetti anziani sottoposti ad
intervento per frattura dell'anca il contesto e la natura
dell'esperienza influenzano grandemente le percezioni dolorose, ed il
dolore acuto ed il comportamento delirante sono molto meno frequenti
nei soggetti che hanno potuto ricevere un'adeguata informazione sulle
procedure, ovviamente a parità di condizioni cliniche pre- e
post-operatorie (22).
Ciò che ha una particolare rilevanza nell'analisi della
fisiopatologia del dolore acuto è invece la presentazione spesso
atipica dello stesso in alcune gravi condizioni patologiche: è
assodato che l'infarto miocardico silente è più frequente
nei vecchi che nei giovani (23-25), e la malattia ulcerosa anche
complicata è frequentemente priva di sintomatologia dolorosa nei
pazienti di età geriatrica (26-27). La sensazione dolorosa in
queste patologie viscerali acute origina quando vengono raggiunti
livelli sufficienti di impulsi afferenti e quando si ha un'appropriata
attivazione delle vie centrali ascendenti (28). Negli anziani
asintomatici questi livelli di stimolazione potrebbero non essere
raggiunti, a causa di una insufficiente stimolazione tessutale o di una
diminuita capacità di trasmissione cefalica, e ciò
può essere all'origine di una supposta "ipoalgesia" del paziente
anziano (29).
Tuttavia questi dati non tengono conto del fatto che con
l'invecchiamento si ha un aumento dell'incidenza e della prevalenza di
angina da sforzo (30-31) e che in giovani adulti si verificano
frequenti episodi di ischemia silente (con depressione del tratto ST)
indotta da stress (32).
Una possibile conclusione è che l'invecchiamento "di per
sé" non diminuisca o alteri il sistema complesso coinvolto nella
trasmissione e nell'elaborazione del dolore acuto rilevabile
clinicamente anche se, in mancanza di dati sperimentali che correlino
il dolore atipico con quello superficiale indotto sperimentalmente,
è del tutto giustificato e prudente considerare la presentazione
dolorosa atipica come manifestazione di malattia acuta dell'anziano.
2. Invecchiamento e dolore cronico
Numerosi studi epidemiologici sembrano indicare che il dolore acuto, di
recente insorgenza, diminuisca con l'avanzare dell'età mentre
aumenti quello di non recente osservazione (11, 31). Più
precisamente, le visite per dolore di recente insorgenza raggiungono un
picco tra la prima e la seconda metà della 5^ decade di vita,
mentre le visite ambulatoriali per dolore cronico aumentano linearmente
fino ai 65 anni per poi decrescere leggermente dai 65 anni in avanti
(32). E' interessante notare come le condizioni cliniche che più
frequentemente determinano dolore cronico nell'età
giovane-adulta (emicrania, cefalea, cefalea muscolo-tensiva, malattia
ulcerosa, dolore addominale, dolore dorsale) diminuiscano
nell'età avanzata, mentre aumentino quelle associate a processi
degenerativi muscolo-scheletrici, alle fratture ossee, al sistema
cardiovascolare ed all'herpes zoster (11, 33).
Il dolore cronico e la disabilità conseguente sono fra le cause
più importanti di scadente qualità di vita, ridotto
benessere e depressione nei pazienti anziani (34, 35). Inoltre, in uno
studio condotto su 1306 anziani istituzionalizzati, è stato
condotto come il dolore cronico muscolo-scheletrico costituisca un
importante fattore di disabilità (36).
Per quanto riguarda il dolore neoplastico, non sembrano emergere
significative differenze per intensità e possibile presenza di
dolore di tipo neuropatico o acuto incidentale nelle diverse classi
d'età; gli anziani tuttavia, come recentemente messo in luce,
sembrano richiedere minori quantitativi di oppioidi, definiti come
MEDD, cioè [(parenteral) morphine equivalent daily dose (MEDD)],
rispetto ai pazienti giovani-adulti per ottenere l'analgesia (37).
3. Influenza del deficit cognitivo sulla percezione del dolore
I deficit cognitivi dipendenti da varie affezioni del SNC (demenza di
Alzheimer, demenza multi-infartuale, morbo di Parkinson, ecc..),
aumentano considerevolmente con l'avanzare dell'età (38), tanto
che il rischio di sviluppare una demenza sembra raddoppiare ogni 5 anni
dopo i 65 anni (39).
Nonostante che demenza e dolore cronico siano molto frequenti in
età geriatrica, allo stato attuale non si hanno dati sufficienti
in letteratura sulla prevalenza, la definizione delle caratteristiche
peculiari ed il management del dolore negli anziani dementi.
Probabilmente, la causa di questa situazione è da ricercarsi
nella difficoltà di valutare oggettivamente, con appropriati
test, il dolore riportato dai pazienti con deficit cognitivo, per cui
solo pochi studi in letteratura esaminano la prevalenza del dolore come
funzione dello stato cognitivo.
Ferrel esaminò la prevalenza di sintomatologia dolorosa cronica
in 217 pazienti istituzionalizzati con un punteggio medio al Mini
Mental State Examination Test (MMSE), di 12.1 (indicativo di grave
deterioramento cognitivo), registrando che circa il 60% dei pazienti
accusavano dolore cronico di tipo osteo-articolare, in rapporto ad una
diagnosi certa di osteoartrite nel 70% degli stessi (40). Marzinski
riscontrò che il 43.3% dei ricoverati di uno speciale reparto
per malati di Alzheimer riferivano ed avevano condizioni potenzialmente
algogene (41). Quindi, non v'è ragione per credere che con la
demenza non si manifestino le condizioni dolorose e non si attivino
conseguentemente le vie afferenti sensoriali. Tuttavia, è stato
chiaramente dimostrato che la percentuale di pazienti dementi che
esprimono almeno un dolore cronico diminuisce con l'aumentare del
deficit cognitivo, anche dopo avere controllato la disabilità
fisica (42), per cui è più probabile che il dolore
riferito da pazienti dementi sia in verità sottostimato.
E' ovvio che la principale difficoltà che si incontra nella
valutazione della presenza di sintomatologia dolorosa nei pazienti con
deficit cognitivo è rappresentata dal deficit di espressione
verbale. Quindi è necessario sostituire tale modalità
espressiva con altre, altrettanto significative: per esempio, la
presenza di un familiare attento può essere indispensabile per
la registrazione di tutte le manifestazioni che siano potenziali
indicatori di dolore fisico. Infatti la valutazione del dolore mediante
indicatori non verbali (espressione del viso, atteggiamenti motori
generali) è ben documentata per pazienti con stato cognitivo
integro e sembra conservare la propria validità anche nei
pazienti con grado molto avanzato di decadimento cognitivo e di
immobilizzazione (43). In tal senso altri Autori hanno concentrato i
loro sforzi per la strutturazione di una scala di valutazione del
disagio facilmente applicabile anche a pazienti affetti da demenza;
tale scala potrebbe essere facilmente applicata dagli abituali
"caregivers" e analizza varie aree: respirazione difficoltosa, assenza
di reazione verbale, impossibilità di essere tranquillizzato,
atteggiamento di paura o di tristezza, espressione corrucciata,
ipertono muscolare in diverse posture, irrequietezza, tensione (44, 45).
Conclusioni
Da quanto sopra esposto possiamo trarre le seguenti conclusioni:
- i dati della letteratura non sembrano indicare un sicuro effetto
dell'invecchiamento sulla percezione del dolore acuto, sperimentalmente
indotto, almeno per quanto attiene al soggetto "young old", rispetto a
quello di età giovane-adulta. Non esistono allo stato attuale
studi sistematici che affrontino il problema nel soggetto "old-old" o
affetto da polipatologie ("frail elderly"). La mancanza di studi
longitudinali limita ancor più le nostre consoscenze
sull'argomento;
- le sensazioni nocicettive acute provenienti da strutture profonde
sono ridotte nel paziente anziano, ma nel contempo appare aumentata la
frequenza del dolore cronico proveniente dalle stesse strutture (per
esempio alta frequenza di infarto miocardico acuto silente ed aumento
dell'incidenza di angina da sforzo);
- l'intensità e la frequenza del dolore cronico sembrano
aumentare con l'età;
- le differenze età dipendenti nella percezione del dolore non
sono probabilmente espressione di un danno recettoriale (come nella
presbiacusia), o di un'alterata accomodazione dello stimolo
(presbiopia), ma sono conseguenza di un processo più complesso
che coinvolge le vie nervose di trasmissione, le valutazioni e
rappresentazioni cognitive, lo stato sociale e la storia stessa di
dolore;
- non vi è ragione per ritenere che i soggetti anziani affetti
da decadimento cognitivo siano meno a rischio di avere condizioni
patologiche dolorose rispetto ai soggetti di pari età non
dementi. E' piuttosto da ritenere che i pazienti con demenza non siano
in grado di esprimere le proprie sensazioni dolorose, per cui è
necessario sostituire la registrazione delle modalità espressive
verbali con altre, altrettanto significative (espressione del viso,
respirazione difficoltosa, ipertono muscolare, irrequietezza, ecc..).
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da http://www.geragogia.net/editoriali/dolore.html